
Lo stile e il linguaggio
Dall'impressione della frammentarietà linguistica di un primo approccio con l'opera, avanzando la lettura, si va delineando uno stile basato su nessi ritmici inframmezzati da tocchi poetici, che, senza ornamenti e decori, raggiunge una sobrietà attribuibile a una cultura raffinata o alla spontaneità dell' autore. Semplicità, essenzialità, contenimento lessicale segnano un tracciato semantico dove la forma si compenetra con i contenuti, in un contesto armonico attraversato dalla forza espressiva della parola, che, straordinariamente, si rende piacevole con la ripetizione di sé. Porchia non usa sinonimi anche quando la parola consente variazione lessicale, perché, afferma, bastano venti parole a esprimere tutta la conoscenza: "Il fango, separandolo dal fango, non è più fango"; "Chi cerca di ferirti cerca la tua ferita, per ferirti entro la tua ferita". Ne risulta un linguaggio "d'innocenza"6 , essenziale come una predica austera, semplice come l'esposizione biblica e la narrazione omerica, ricco di una saggezza elementare che evoca il linguaggio profetico, ma che, a differenza di quest'ultimo, non si esprime nella vaghezza dell'ispirazione per calare verità a priori, ma si svolge lineare, concreto, pieghevole e duttile alla funzione di colmare il vuoto interiore, con indicazioni di verità distillate dal dubbio e da logoranti contrasti del pensiero, verità mai assolute ma relative, soggette anch'esse, più di ogni altra cosa, all'inesauribile fluire dell'istante.
La frase è breve e intensa. La punteggiatura frequente ricorda lo scioglimento del periodo nella prosa d'arte antica di stile asiano, con lo spezzettamento in kommata, con gli enunciati tagliuzzati. Le cadenze espressive scarne, ingenue, interrotte, sembrano appartenere al linguaggio infantile. Fruire della bellezza di questo linguaggio vuol dire coglierlo nella sua osmosi con il messaggio, saperne sentire il ritmo segnato da una punteggiatura frequente, non aderente ai nessi sintattici ma alle soste di meditazione richieste dalla parola: la parola, con la sua forza evocativa, la sua profondità ermetica, l'espansione metaforica, la capacità di rendere i significati nei vari contesti facendoli pervenire direttamente all' anima.
Spesso, dopo un breve enunciato, l'autore segna la pausa lunga per la riflessione; poi, per evitare il rischio della divagazione, si ricollega con un relativo o un "Perché" che riportano immediatamente il lettore sulla pista appena lasciata dietro il punto. Un linguaggio che si potrebbe dire pensato non per la lettura silenziosa ma per la recitazione, dove le pause devono creare suspense, attesa della parola, offrire possibilità di completamento dell'idea a chi ascolta; le voci di Porchia, infatti, furono incise su dischi, recitate dallo stesso autore, trasmesse da un' emittente rai di Buenos Aires.
Ricorre con frequenza e con una finalizzazione particolare la congiunzione "e": usata dopo il punto, all'interno della stessa voce, serve a dare continuità al flusso del pensiero, nonostante la frantumazione stilistica; posta ad apertura della voce, svolge il ruolo di soglia, di separazione - congiunzione tra lo spazio della meditazione interiore e lo spazio esterno della comunicazione.
Guardando oltre lo stile, lo spezzettamento linguistico si adegua al travaglio di una visione del mondo in continua dialettica tra i poli opposti dell' esistenza; un linguaggio interiore, frantumato lungo gli itinerari del pensiero, teso a cogliere le vibrazioni delle cose create, meditato nell' ansia religiosa di scoprire collegamenti tra la vita planetaria e il cosmo. Alla resa di questa esigenza va collegata la fissazione di Porchia per le virgole, come ricorda lo scultore Libero Badii, suo amico: "Era un maniaco delle virgole, perché una virgola risultava essenziale per sottolineare il significato del suo pensiero. lo l'ho visto furioso solamente una volta: per una virgola sbagliata nella stampa".
Differenziandosi dalle caratteristiche letterarie ufficiali, ed essendo fortemente innovativo per la semplicità espressiva e la povertà lessicale, il linguaggio di Voces non viene accettato nell' ambiente letterario, perché non è recepito nella sua modulazione interiore, nell'eleganza della sua particolarità sotterranea, tanto che per la pubblicazione di alcune voci su Sur (la rivista diretta da Victoria Ocampo) in seguito alle segnalazioni di Roger Caillois, vengono apportate delle correzioni. Porchia, essendo un uomo mite, non si sdegna per l'inconveniente ma ritira il manoscritto. Può darsi che l'episodio sia da collegare alla difesa che Porchia aveva precedentemente fatto della spontaneità letteraria e artistica, da lui definita il "non saper fare", frase che, equivocata, avrebbe potuto far pensare all'approvazione dell'ignoranza laddove si affermava l'immediatezza dell'ispirazione priva di artifici in simbiosi con la profonda sincerità dell'essere.
L'incidente riferito da Roberto Juarroz conferma l'opinione che l'essenzialità linguistica di Voces non è dovuta alla semplificazione (o all'incompetenza) di un uomo che non sente propria la lingua spagnola, ma alla necessità di utilizzare il linguaggio come uno strumento interiore, che, a costo di discostarsi dalla sintassi, deve corrispondere all'adesione psicologica. Questo giudizio trova supporto in varie testimonianze: Andrè Breton scopre in Porchia "Il pensiero più duttile di espressione spagnola"; una sorella di Antonio, Nélida Porchia Orcinoli, dichiara: "Ogni "voce" lo impegnava molto tempo, come se fosse il risultato di una elaborazione molto curata e molto lenta"; Libero Badii ricorda che Porchia componeva poche frasi, non più di cinque all'anno, ma con una grande attenzione per l'espressione verbale. La lunga gestazione linguistica deriva dalla ricerca dell' armonia interiore e del tono giusto da parte di un emigrato che, giunto già adolescente in Argentina, si deve sottoporre ad uno sforzo straordinario per apprendere da autodidatta lo spagnolo e per acquisire sicurezza nell' esposizione scritta.
6 Roberto Juarroz, Antonio Porchia: EI apogeo del aforismo, in Universidad de México, vol. XXXVIII, nueva época, n.16; 1982.
Tratto da Pillole di Saggezza di Vittoria Butera
Dall'impressione della frammentarietà linguistica di un primo approccio con l'opera, avanzando la lettura, si va delineando uno stile basato su nessi ritmici inframmezzati da tocchi poetici, che, senza ornamenti e decori, raggiunge una sobrietà attribuibile a una cultura raffinata o alla spontaneità dell' autore. Semplicità, essenzialità, contenimento lessicale segnano un tracciato semantico dove la forma si compenetra con i contenuti, in un contesto armonico attraversato dalla forza espressiva della parola, che, straordinariamente, si rende piacevole con la ripetizione di sé. Porchia non usa sinonimi anche quando la parola consente variazione lessicale, perché, afferma, bastano venti parole a esprimere tutta la conoscenza: "Il fango, separandolo dal fango, non è più fango"; "Chi cerca di ferirti cerca la tua ferita, per ferirti entro la tua ferita". Ne risulta un linguaggio "d'innocenza"6 , essenziale come una predica austera, semplice come l'esposizione biblica e la narrazione omerica, ricco di una saggezza elementare che evoca il linguaggio profetico, ma che, a differenza di quest'ultimo, non si esprime nella vaghezza dell'ispirazione per calare verità a priori, ma si svolge lineare, concreto, pieghevole e duttile alla funzione di colmare il vuoto interiore, con indicazioni di verità distillate dal dubbio e da logoranti contrasti del pensiero, verità mai assolute ma relative, soggette anch'esse, più di ogni altra cosa, all'inesauribile fluire dell'istante.
La frase è breve e intensa. La punteggiatura frequente ricorda lo scioglimento del periodo nella prosa d'arte antica di stile asiano, con lo spezzettamento in kommata, con gli enunciati tagliuzzati. Le cadenze espressive scarne, ingenue, interrotte, sembrano appartenere al linguaggio infantile. Fruire della bellezza di questo linguaggio vuol dire coglierlo nella sua osmosi con il messaggio, saperne sentire il ritmo segnato da una punteggiatura frequente, non aderente ai nessi sintattici ma alle soste di meditazione richieste dalla parola: la parola, con la sua forza evocativa, la sua profondità ermetica, l'espansione metaforica, la capacità di rendere i significati nei vari contesti facendoli pervenire direttamente all' anima.
Spesso, dopo un breve enunciato, l'autore segna la pausa lunga per la riflessione; poi, per evitare il rischio della divagazione, si ricollega con un relativo o un "Perché" che riportano immediatamente il lettore sulla pista appena lasciata dietro il punto. Un linguaggio che si potrebbe dire pensato non per la lettura silenziosa ma per la recitazione, dove le pause devono creare suspense, attesa della parola, offrire possibilità di completamento dell'idea a chi ascolta; le voci di Porchia, infatti, furono incise su dischi, recitate dallo stesso autore, trasmesse da un' emittente rai di Buenos Aires.
Ricorre con frequenza e con una finalizzazione particolare la congiunzione "e": usata dopo il punto, all'interno della stessa voce, serve a dare continuità al flusso del pensiero, nonostante la frantumazione stilistica; posta ad apertura della voce, svolge il ruolo di soglia, di separazione - congiunzione tra lo spazio della meditazione interiore e lo spazio esterno della comunicazione.
Guardando oltre lo stile, lo spezzettamento linguistico si adegua al travaglio di una visione del mondo in continua dialettica tra i poli opposti dell' esistenza; un linguaggio interiore, frantumato lungo gli itinerari del pensiero, teso a cogliere le vibrazioni delle cose create, meditato nell' ansia religiosa di scoprire collegamenti tra la vita planetaria e il cosmo. Alla resa di questa esigenza va collegata la fissazione di Porchia per le virgole, come ricorda lo scultore Libero Badii, suo amico: "Era un maniaco delle virgole, perché una virgola risultava essenziale per sottolineare il significato del suo pensiero. lo l'ho visto furioso solamente una volta: per una virgola sbagliata nella stampa".
Differenziandosi dalle caratteristiche letterarie ufficiali, ed essendo fortemente innovativo per la semplicità espressiva e la povertà lessicale, il linguaggio di Voces non viene accettato nell' ambiente letterario, perché non è recepito nella sua modulazione interiore, nell'eleganza della sua particolarità sotterranea, tanto che per la pubblicazione di alcune voci su Sur (la rivista diretta da Victoria Ocampo) in seguito alle segnalazioni di Roger Caillois, vengono apportate delle correzioni. Porchia, essendo un uomo mite, non si sdegna per l'inconveniente ma ritira il manoscritto. Può darsi che l'episodio sia da collegare alla difesa che Porchia aveva precedentemente fatto della spontaneità letteraria e artistica, da lui definita il "non saper fare", frase che, equivocata, avrebbe potuto far pensare all'approvazione dell'ignoranza laddove si affermava l'immediatezza dell'ispirazione priva di artifici in simbiosi con la profonda sincerità dell'essere.
L'incidente riferito da Roberto Juarroz conferma l'opinione che l'essenzialità linguistica di Voces non è dovuta alla semplificazione (o all'incompetenza) di un uomo che non sente propria la lingua spagnola, ma alla necessità di utilizzare il linguaggio come uno strumento interiore, che, a costo di discostarsi dalla sintassi, deve corrispondere all'adesione psicologica. Questo giudizio trova supporto in varie testimonianze: Andrè Breton scopre in Porchia "Il pensiero più duttile di espressione spagnola"; una sorella di Antonio, Nélida Porchia Orcinoli, dichiara: "Ogni "voce" lo impegnava molto tempo, come se fosse il risultato di una elaborazione molto curata e molto lenta"; Libero Badii ricorda che Porchia componeva poche frasi, non più di cinque all'anno, ma con una grande attenzione per l'espressione verbale. La lunga gestazione linguistica deriva dalla ricerca dell' armonia interiore e del tono giusto da parte di un emigrato che, giunto già adolescente in Argentina, si deve sottoporre ad uno sforzo straordinario per apprendere da autodidatta lo spagnolo e per acquisire sicurezza nell' esposizione scritta.
6 Roberto Juarroz, Antonio Porchia: EI apogeo del aforismo, in Universidad de México, vol. XXXVIII, nueva época, n.16; 1982.
Tratto da Pillole di Saggezza di Vittoria Butera
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